26 – 28 Febbraio

Il Carnevale in Sicilia di Vittorio Gleijeses

Articolo tratto dal libro “Piccola storia del Carnevale in Italia” di Vittorio Gleijeses, (editore Marotta 1971)  uno studioso di storia napoletana, letteratura e arte non contemporanea.

Questo libro rappresenta il primo tentativo, fatto in Italia, di raccogliere intorno al Carnevale una serie di documenti altrimenti difficilmente reperibili perché sparsi in testi di non agevole consultazione o ancora allo stato di contributo ed inseriti in riviste dirette per lo più ad un pubblico di “amatori” e praticamente introvabili.

 

CARNEVALE IN SICILIA

L’Italia meridionale è presente nella Storia del Carnevale italiano con le feste del Reame di Napoli, poi Regno delle due Sicilie.

Il Carnevale siciliano e quello napoletano, anche se possono essere considerati inferiori, per magnificenza e studio coreografico, a quello delle città dell’Italia centrale e settentrionale, avevano però, per essere più schiettamente popolari, un loro folklore caratteristico che li rendeva altrettanto brillanti e vivi.

Nel periodo vicereale Palermo era come Napoli una città brillante e festaiola. Le giostre organizzatevi dal duca di Ossuna durante il Carnevale superavano per importanza e magnificenza anche quelle di Roma e di Firenze. Anche il popolo partecipava al divertimento generale mettendosi in maschera ed assistendo con infantile entusiasmo agli spettacoli di Pulcinella che veniva da Napoli per incontrarsi con Mastro di Campo (una maschera vestita da vecchio ufficiale) che intratteneva gli spettatori col calascione.

Talvolta questa pantomima assumeva un carattere più completo e veniva chiamata il Giuoco del Castello, come in un paesetto chiamato Mezzoiuso dove si erigevano in piazza due palchi, uno accanto all’altro, dei quali uno era più o meno addobbato e decorato da sembrare un palazzo reale mentre l’altro doveva rappresentare la casetta del Mastro di Campo. Si davano convegno nella piazza i ” mammicucchiari ” mascherati da vecchie che occupavano uno di questi palchi mentre i Pulcinella occupavano l’altro seguiti da due ” pecurari ” che, con i loro campanacci, cercavano di zittire gli eccessivi entusiasmi degli spettatori.

Si intravedeva poi da lontano il corteo reale che si dirigeva verso il castello, mentre il Mastro di Campo andava verso il suo palazzetto. A questo punto tutti sfoderavano le spade ed iniziava un gran mischia: il mastro era innamorato della regina e faceva di tutto per rapirla fino a dare la scalata al castello con una lunga scala da assedio. Riuscito finalmente a far prigioniero il re e rapire l’amata se la portava nel suo palazzetto insieme al re incatenato. Pare che questa pantomima volesse ricordare l’assalto con scale alla fortezza della bella regina Bianca da parte di messer Bernardo Cabrera.

Facevano parte del folklore carnevalesco siciliano anche il ballo ” dei pidocchiosi ” detto anche ” l’abballu d’i pirucchiusi e d’i jimmuruti “, il duello dei Lazzari mascherati alla spagnola, il duello dei gobbi, e la ” Morte di Nanna e de lu Nannu “, che insieme alla Tubbiana completavano i festeggiamenti del carnevale siciliano.

La Tubbiana non era che una mascherata costituita da personaggi tipici come la “mamma Cucchiara “, una maschera armata di un gran mestolo, I’ ammucca baddottuli ” ed altre maschere caratteristiche: il turco, lo spagnolo, il barone, da cui nacque il barone di Carnevale, una maschera che dette origine anche ad una danza chiamata appunto ” ‘u baruni “.

C’era una vera invasione di Pulcinella venuti dal… continente che si riunivano in gruppi girando per le strade e portando le ultime facezie e gli ultimi scherzi imparati a Napoli, “arronzando ” quanto più potevano per portare qualcosa a fine carnevale nelle loro case. Se ricevevano qualche dono, ringraziavano in ” lingua sicula ” con questa strofetta:


Ti vogghiu beni assai particulari,

Si tu cumanni mi vulissi dari,

Su prontu di sirvirti a futuri,

Ammazzaratu mi ittassi a mari.


I ” ciuri ” o stornelli erano chiamati anche ” canzuni di carnalivari “, e venivano cantati in gruppi in modo da dare una parvenza di rappresentazione popolare. Infatti non bisogna dimenticare che fu proprio la Sicilia a dare i natali a quella scuola di poesia popolare poi chiamata appunto siciliana che ebbe a capo re Federico Il di Svevia e Cielo d’Alcamo .
A partire dalla fine del secolo scorso, ed ancora oggi, in alcune città siciliane si fa per Carnevale una cavalcata, non di nobili cavalieri, ma di contadini vestiti dei loro costumi caratteristici e seguiti dai loro carretti più belli e più artistici. Questa sfilata formava uno spettacolo folkloristico di rara bellezza, movimentato s’intende dal lancio di coriandoli e stelle filanti, che si è sostituito nel tempo al lancio di arancie ed uova. In altri centri si usa ancora fare il giuoco dell’Oca e della Papera, per il quale si riuniscono volatili da cortile, vitelli, giovenche, capretti e maiali che naturalmente straniti dal chiasso e dalla insolita compagnia corrono e volano all’impazzata inseguiti dalle maschere. Specialmente nei piccoli centri i ” campieri “, i mandriani o ” vistimara “, i fattori o ” annalori “, prendono parte a questa mascherata campestre che termina con il ” gabbu ” o beffa, cioè una orazione burlesca con inevitabili doppi sensi, accompagnata dalla danza del roseo Nannu con la magra e brutta Nanna.

Negli ultimi due giorni di Carnevale, chiamati ” del pecorajo “, compaiono delle maschere chiamate appunto ” picurari ” vestiti di pelli di pecora, con campanelli al collo ed armati di randelli. Si organizzano allora dei balli chiamati ” lu sonu ” al suono di zufoli e di cembali, senza maschera, e se qualcuno, contravvenendo alla regola, porta la maschera deve ugualmente far sapere il suo nome attraverso il ” bastuneri ” che è una specie di presentatore: si balla così la ” ruggera”, la ” papariana”, il ” purpu “, la ” capona ” e la ” fasola ” che è il ballo più entusiasmante, molto simile ad una tarantella sorrentina. Il martedì grasso vi è poi la cosiddetta ” tavulata ” alla quale seggono anche i poverelli dei quali i contadini non si dimenticano mai.

In provincia di Catania vi sono particolari rappresentazioni di farse popolari che ricordano le atellane e le commedie cinquecentesche: di tali farse la più famosa è quella chiamata ” del fico “, che racconta con versi molto rozzi e primitivi una lite simbolica tra un fico e due eventuali proprietari.

A Castrogiovanni si fa una sfilata di carri con a capo una maschera chiamata Mione; a San Fratello ancora rappresentazioni popolari; a Milazzo vige una curiosa usanza per la quale le donne cercano di… far cadere i loro uomini in tentazione e vedere così se sono veramente amate: c’è da immaginarsi cosa succede se il fedifrago tentato tradisce sua moglie con… sua moglie!

A Vicari la Confraternita del Purgatorio gira per il paese ed invita i paesani alla preghiera prima di rimpinzarsi nel pranzo di Carnevale; vi è poi il canto popolare delle maschere e specialmente di Nannu che rappresenta il Carnevale morente, seguito dal testamento, dopo il quale tutti cantano un’antìca canzone siciliana che dice:


Chianciti, picciutteddi


Pi tutti li vaneddi:

Carnalivari mori,

Chianciti, picciutteddi.

Ed il coro risponde:

Lu Nannu moru

Nun pipita cchiù.

Gleijeses
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