Peppe Nappa

“Peppe Nappa è la più antica maschera siciliana e una delle più antiche tra quelle italiane. Come Pulcinella e Arlecchino, essa deriva dalle tipizzazioni delle maschere del teatro comico romano e si afferma, intorno alla metà del XVI Secolo, con la nascita, in Italia, della Commedia dell’arte che a Palermo ha assunto la forma della “Vastasata”, e a Catania quella del “Cu nesci parra”. Il suo antenato diretto è il “Zanni”(nome che, in dialetto bergamasco sta per “Giovanni”), prima maschera dialettale italiana che rappresenta il servo tonto e scroccone.

Anche Peppe Nappa è un servo sciocco, regolarmente picchiato per ogni guaio che combina. Il soprannome “Nappa” contribuisce a caratterizzare il soggetto, associandolo all’elemento simbolo della miseria che è rappresentato, nell’immaginario collettivo, dalle “pezze” su abiti laceri. I suoi abiti, infatti, sono poveri, anche se non hanno toppe. Concetta Greco Lanza, in una introduzione al libro “Farse di Peppe Nappa” di Alfredo Danese (Edizioni Greco- Catania), ce lo descrive così: “È pigro e spesso compare in scena sbadigliando e di contro sa essere agilissimo e accenna a caso, passi di danza. Non porta maschera, non s’infarina, ha il volto raso e sottili sopracciglia; ha molti punti di contatto con la maschera francese di Pierrot, ma ne differisce nell’abito; infatti indossa una corta giacchettina azzurra con grandi bottoni, calzoni lunghi fino alla caviglia, ha sul capo un cappello dalle falde rialzate sopra una stretta calotta piana, scarpe bianche con fibbie, maniche lunghissime, fascia al collo.”. Come ogni maschera della Commedia dell’arte, il personaggio non viene tramandato ai posteri attraverso testi teatrali. Solo nel 1978 la maschera di Peppe Nappa viene presentata su copioni di teatro dialettale da Alfredo Danese, illustre e versatile animatore culturale catanese che ha dedicato la sua vita al teatro popolare e alla letteratura dialettale siciliana. Il Peppe Nappa dei testi teatrali di Danese è assolutamente catanese sia nell’espressione dialettale, sia nel carattere, e impersona ora il servo sciocco e malizioso, ora il marito imbroglione, ora il finto tonto… Possiamo ritrovare questa antica maschera nei testi teatrali pubblicati, oltre che nel libro già citato, anche in “Teatro popolare siciliano”, Alfredo Danese, Edizioni ENAL – Arte e Folklore di Sicilia (1978), e in un gustoso racconto di Gaetano Mustica, pubblicato su “Epos Siciliano. Miti e pupi rinverditi.”, edito da Bonanno, Acireale (2005).
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Chi conosce Peppe Nappa? La più antica maschera siciliana, a quanto pare, sembra dimenticata dalle generazioni dei Mazinga, degli Zorro, dei Ninja, o, peggio, dei più moderni personaggi del Wréstling americano. I bambini di oggi non conoscono le maschere italiane per il semplice motivo che neanche i loro genitori le hanno conosciute, e il fascino del personaggio moderno, rigorosamente d’importazione americana o giapponese, ha lasciato cadere nell’oblio figure, personaggi e maschere tradizionali che rappresentano i “tipi” umani di cui, in qualunque epoca, l’uomo è reale interprete nella vita di tutti i giorni. Dietro le maschere tradizionali, del resto, ci ritroviamo tutti, con i difetti, le debolezze, le miserie che nessuno di noi vorrebbe ammettere. E allora le dimentichiamo, per non sapere di noi. Ai soggetti umani che ci somigliano abbiamo sostituito i supereroi del cinema e della televisione. Li abbiamo accolti passivamente come prodotto della modernità, della cultura globalizzata, dimostrandoci molto, ma molto più servi e tonti di Peppe Nappa!

Cettina Maccarone

da http://www.ragusanews.com

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